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Lunedì 26 ottobre 2026 Analisi • Europa Vol. III • No. 6 • Analisi marstaylor.com

Analisi • Europa • Ucraina • Russia

Per l’Europa è ora o mai più?

I beni congelati della Russia potrebbero permettere all’Ucraina di continuare a combattere e di sopravvivere, se l’Europa terrà indenne il Belgio dal rischio prima che le incombenti elezioni del 2027 possano consegnare al Cremlino un diritto di veto.

Nella guerra di Vladimir Putin contro l’Ucraina ci sono due possibili strade verso la vittoria, ed entrambe passano per le capitali d’Europa. Quella di Putin non richiede necessariamente che il suo esercito sfondi al fronte. Richiede soltanto che la pazienza e il denaro dell’Europa si esauriscano. La possibile strada di Kyiv verso una vittoria che consista nel sopravvivere come democrazia vitale passa per il depositario di titoli Euroclear di Bruxelles, che detiene la maggior parte dei circa 210 miliardi di euro della banca centrale russa congelati nell’Unione europea fin dai primi giorni dell’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina, nel 2022.

L’Europa ha il potere di permettere all’Ucraina di continuare a combattere per anni con denaro che non è suo. Il principale ostacolo in tal senso, finora, sono i ragionevoli timori del Belgio, dove ha sede Euroclear. Il Belgio rifiuta di rischiare di sostenere da solo i rischi legali e finanziari di concedere prestiti garantiti dal denaro della Russia, o di utilizzarlo in altro modo, a favore dell’Ucraina. In apparenza, ciò avviene perché il resto dell’Unione non ha ancora accettato di tenerlo indenne da qualsiasi conseguenza negativa di questo piccolo rischio, che ha proporzioni smisurate per un piccolo paese come il Belgio.

Il fatto che l’Europa rimuova o meno quell’ostacolo alla salvezza dell’Ucraina, e quanto presto, potrebbe decidere quale strada prenderà la storia, e il tempo rimasto è più breve di quanto molti sembrino aver notato. È previsto che gli irresoluti, dilatori e tentennanti leader dell’Unione si riuniscano in un vertice straordinario il 26 e 27 novembre per trovare il denaro di cui l’Ucraina ha bisogno per il 2027. I diplomatici dell’Ue prevedono che i fondi propri dell’Unione per l’Ucraina si esauriranno nella prima metà del prossimo anno. E ad aprile e maggio la Francia sceglierà un nuovo presidente, probabilmente Marine Le Pen, la quale afferma che la Francia non può più permettersi l’attuale aiuto finanziario all’Ucraina. Le Pen è in testa in tutti i sondaggi pubblicati questo mese.

Questo articolo espone queste due strade contrapposte che questi eventi epocali potrebbero prendere e le prove a sostegno di ciascuna. Si chiede se la Gran Bretagna, che in passato si è mostrata disposta a rompere le impasse sull’armamento dell’Ucraina, possa ora aprire la strada, non con la forza ma con l’esempio. Spiega perché i timori del Belgio non sono futili e che cosa servirebbe per dissiparli, e sostiene che una decisione che oggi costerebbe pochissimo all’Europa – una soluzione basata sul denaro altrui – potrebbe risparmiarle in seguito molto dolore e costi ben maggiori per i suoi contribuenti e per la sua sicurezza.

Per l’Europa è ora o mai più, un caso in cui o lo si usa o lo si perde. Riuscirà l’Unione a superare la propria timidezza e a trovare il modo di prendere questa decisione sempre più urgente, o dissiperà l’occasione e la perderà in nuovi tentennamenti e procrastinazioni?

Conclusioni principali
  • Due strade verso la vittoria. Quella di Mosca passa per le elezioni dell’Europa e per la stanchezza dell’Europa, quella di Kyiv per il denaro della Russia stessa, in gran parte custodito a Bruxelles. (Vedi la parte Uno.)
  • Washington ha fatto un passo indietro. Nel 2025 le donazioni americane all’Ucraina sono praticamente cessate, e a ottobre il presidente degli Stati Uniti ha concluso con Mosca un accordo sul gasolio, ha sospeso nuove sanzioni approvate dal Congresso e ha detto che l’Ucraina aveva bisogno di un nuovo presidente. (Vedi la parte Due.)
  • Il denaro c’è. Circa 210 miliardi di euro di attività della banca centrale russa sono immobilizzati nell’Ue. Potrebbero permettere all’Ucraina di continuare a combattere per circa quattro anni se sostituissero il contributo proprio dell’Ue, ma per meno di un anno e mezzo se coprissero tutte le esigenze dell’Ucraina al livello che si sta delineando per il 2027. (Vedi la parte Tre.)
  • La paura del Belgio è ragionevole. Un vecchio trattato sugli investimenti, una sentenza ostile di un tribunale di Mosca, beni alla portata della Russia, un bilancio fragile e la mancanza di un prestatore di ultima istanza spiegano perché il Belgio non intende sostenere da solo il rischio, e sono stati governi in carica, guidati da quello belga, e non i partiti oggi in testa ai sondaggi in Francia e in Germania, a fermare il piano nel 2025. (Vedi la parte Quattro.)
  • Tenere indenne il Belgio ha un costo sostenibile. La proposta stessa della Commissione afferma che le sue garanzie coprirebbero il rischio che il denaro venga sbloccato prima che la Russia paghi le riparazioni, cosa che solo il Consiglio o i tribunali dell’Ue potrebbero determinare, per cui il rischio maggiore è in gran parte nelle mani dell’Europa stessa. (Vedi la parte Cinque.)
  • La Gran Bretagna potrebbe contribuire a rompere lo stallo. La Gran Bretagna non si muoverà senza l’Unione, l’Unione non si muoverà senza il Belgio e il Belgio non si muoverà senza una piena tutela, compresa la partecipazione di altri detentori come la Gran Bretagna. La Gran Bretagna si è mostrata disposta a rompere precedenti impasse sui carri armati e sui missili a lungo raggio. Potrebbe guidare con l’esempio a un costo esiguo per sé stessa, offrendosi di garantire un rinnovato prestito dell’Unione, come consentirebbe la proposta della Commissione, o prestando, accanto a un tale prestito, il denaro russo che detiene. (Vedi la parte Sei.)
  • L’altra strada di Mosca è quella delle urne. I tentativi documentati del Cremlino di dividere la politica europea sono per lo più falliti, ma non gli servirebbero molti successi, perché un solo veto sui prestiti garantiti dal bilancio dell’Ue, o una minoranza di blocco di pochi governi, potrebbe fermare il denaro. (Vedi la parte Sette.)
  • La finestra temporale è breve. Un vertice straordinario il 26 e 27 novembre, il primo riesame del congelamento dei beni entro il 31 dicembre, i fondi dell’Ue per l’Ucraina che dovrebbero esaurirsi nella prima metà del 2027, e un’elezione presidenziale francese ad aprile e maggio con Marine Le Pen in testa in tutti i sondaggi. (Vedi la parte Otto.)
  • Costa poco ora, costerà caro poi. Usare il denaro della Russia costerebbe direttamente poco ai contribuenti europei, mentre una stima pubblicata colloca i costi per l’Europa dopo una vittoria russa a oltre un trilione di euro in quattro anni, in un momento in cui l’Europa ha già bisogno di centinaia di miliardi per sostituire le forze americane. L’ironia è che, sottraendosi oggi a un piccolo rischio, l’Europa accresce il rischio ben più grave di una Russia vittoriosa e imbaldanzita. (Vedi la parte Nove.)
  • In un senso o nell’altro. L’avanzata russa si è in gran parte arrestata, ma non c’è un cessate il fuoco generale e le condizioni di Mosca sono quelle di un vincitore, per cui la decisione dell’Europa se tenere indenne il Belgio potrebbe determinare l’esito della guerra. (Vedi la parte Dieci e la coda.)

Tradotto dall’inglese. Fa fede l’originale inglese.

Uno. Due strade verso la vittoria

Le guerre di logoramento si vincono raramente sul solo campo di battaglia. Si vincono quando la capacità di una delle parti di continuare a combattere dura più a lungo di quella dell’altra, e le prove dell’ultimo anno indicano che Mosca lo capisce meglio di molti in Occidente. Jack Watling, del Royal United Services Institute, scriveva a febbraio che «per la Russia, il piano resta quello di esaurire la capacità di resistenza dell’Ucraina», e che «i russi ritengono di poter sostenere la guerra fino al 2027». Uno studio pubblicato lo stesso mese da The Hague Centre for Strategic Studies era ancora più netto. «La Russia scommette che la stanchezza europea per la guerra subentrerà prima che i costi della guerra diventino inaccettabili per Mosca», sosteneva lo studio.

Le parole dello stesso Putin lasciano pochi dubbi sulle sue intenzioni. Il 22 ottobre, con colloqui ancora una volta in vista, ha detto che Mosca restava «pronta a negoziare e a cercare soluzioni a questa situazione difficile, complessa», ma ha aggiunto che «in ogni caso, tutti gli obiettivi dell’operazione militare speciale saranno raggiunti». Dieci mesi prima aveva detto al collegio del suo ministero della Difesa che «se la controparte e i suoi protettori stranieri rifiutano di impegnarsi in un dialogo sostanziale, la Russia otterrà la liberazione delle sue terre storiche con mezzi militari».

Mosca potrebbe raggiungere quegli obiettivi senza uno sfondamento al fronte in due modi alternativi. Potrebbe aspettare che il denaro e le armi che sostengono l’Ucraina si esauriscano, oppure potrebbe affrettare quel momento, incoraggiando chi in Europa preferirebbe che il denaro smettesse di arrivare e approfondendo le divisioni che rendono l’Europa lenta a decidere. È questa la prima strada verso la vittoria, e passa per i parlamenti e i seggi elettorali d’Europa anziché per le trincee del Donbass.

La seconda strada è quella dell’Ucraina. Il suo esercito ha dimostrato di saper tenere la linea e, in alcuni punti, respingere l’esercito russo, e il suo presidente ha sostenuto il 22 ottobre che ogni garanzia di sicurezza in discussione era «possibile sulla base di un esercito ucraino forte». Un esercito forte ha però bisogno di denaro, e da quando l’anno scorso le donazioni americane sono praticamente cessate quel denaro è dovuto arrivare dall’Europa. La fonte più consistente a cui l’Europa non ha ancora attinto sono le riserve dello Stato russo stesso, congelate in conti europei fin dai primi giorni dell’invasione su vasta scala.

Le due strade si incontrano in un’unica decisione. Se l’Unione troverà il modo di far beneficiare l’Ucraina del denaro russo, ripartendo tra i suoi membri i rischi che il Belgio non intende sostenere da solo, Kyiv avrà i mezzi per continuare a combattere per anni e la speranza di Mosca di resistere più a lungo di Kyiv svanirà. Se la decisione verrà rinviata finché non saranno saliti al potere governi meno disposti a prenderla, come i sondaggi indicano che potrebbe accadere in Francia la prossima primavera, l’occasione potrebbe non ripresentarsi. Ecco perché la questione del Belgio, che sembra una disputa tecnica tra banchieri e avvocati, potrebbe decidere l’esito della guerra.

Due. Washington fa un passo indietro

Dal 2022 al 2024 gli Stati Uniti sono stati il principale donatore singolo dell’Ucraina, e oggi non sono quasi più un donatore. Il Kiel Institute for the World Economy, che monitora gli aiuti all’Ucraina, stima gli aiuti americani di quegli anni in una media di 38 miliardi di euro all’anno, e rileva che nel 2025 le donazioni americane sono praticamente cessate. Gli aiuti militari europei sono saliti del 67 per cento rispetto alla loro media dal 2022 al 2024, e le istituzioni stesse dell’Ue hanno fornito quasi il 90 per cento degli aiuti finanziari e umanitari dell’Europa. Gli Stati Uniti vendono ancora armi, e restano, nelle parole del Kiel Institute, «un fornitore chiave di sistemi come i Patriot», ma ora vendono dove un tempo donavano. Quando a luglio, al loro vertice di Ankara, i membri della Nato hanno promesso all’Ucraina 70 miliardi di euro di sostegno militare per il 2026, la testata ucraina European Pravda ha riferito, il giorno prima dell’impegno, che «gli Stati Uniti non partecipano a questo specifico pacchetto di finanziamenti».

Ottobre ha mostrato quanto si sia spostata Washington. Il 9 ottobre, dopo una telefonata con Putin, il presidente Donald Trump ha annunciato un accordo in base al quale la Russia avrebbe immesso grandi quantità di gasolio sui mercati mondiali in cambio di un allentamento delle sanzioni, e il Tesoro ha autorizzato le transazioni di gasolio russo fino al 7 aprile 2027. Volodymyr Zelensky lo ha definito «una decisione debole di partner forti». Il giorno dopo, parlando alla Casa Bianca degli attacchi ucraini con i droni contro le raffinerie russe, Trump ha detto che Zelensky «farebbe dannatamente meglio a smetterla», e ha aggiunto: «Penso che sia ora che l’Ucraina abbia un nuovo presidente».

A settembre il Congresso ha approvato nuove sanzioni e nuovi dazi contro la Russia con 86 voti contro 11 al Senato e 262 contro 159 alla Camera dei rappresentanti. Il 16 ottobre, due giorni prima che entrassero in vigore, Trump ha sospeso quasi tutte queste misure con un ordine esecutivo, secondo un’analisi dello studio legale Herbert Smith Freehills Kramer. La Casa Bianca ha affermato che applicarle ora avrebbe ostacolato i suoi sforzi per negoziare la pace. Zelensky ha replicato che «la decisione di annullare tutto questo, di bloccare tutto, mi sembra sbagliata». Due giorni dopo Trump ha scritto che Zelensky «non vuole porre fine a questa guerra, e probabilmente non l’ha mai voluto». Il 21 ottobre il suo inviato, Steve Witkoff, ha detto a Putin a San Pietroburgo, dopo che la Russia aveva rilasciato un prigioniero, Stephen Hubbard: «Anche lei è un umanitario, signore».

Washington ha mostrato anche un vivo interesse per il denaro russo congelato. Il piano di pace americano trapelato nel novembre 2025 proponeva che «100 miliardi di dollari di beni russi congelati saranno investiti in iniziative guidate dagli Stati Uniti per ricostruire l’Ucraina e investire nel paese», e che «gli Stati Uniti riceveranno il 50 per cento dei profitti di questa impresa» (a quanto riferito, la disposizione è stata eliminata dopo i colloqui di Ginevra). Questo mese, secondo un articolo del quotidiano indiano Business Standard basato sul Financial Times, Witkoff e Jared Kushner hanno proposto, in incontri a Miami, che gli europei trasferissero parte dei beni in «un veicolo finanziario ad hoc sotto la supervisione di Washington». «I delegati europei, tuttavia, hanno respinto la proposta», ha riferito il quotidiano.

La responsabile della diplomazia europea, Kaja Kallas, ha detto questo mese al Parlamento europeo che «i negoziatori americani cercano da quasi due anni di spingere l’Ucraina alla resa». È un giudizio severo, e la politica americana non è andata in una sola direzione. Un anno fa il Tesoro ha imposto sanzioni a Rosneft e Lukoil, le due maggiori compagnie petrolifere russe, citando «il rifiuto del presidente Putin di porre fine a questa guerra insensata», e a luglio Trump ha offerto all’Ucraina una licenza per produrre missili Patriot (un’offerta che, secondo la CNN, non si è concretizzata). È tuttavia giusto dire che nelle ultime settimane il presidente degli Stati Uniti è sembrato favorire Putin rispetto a Zelensky. L’Europa non può più dare per scontato che, se la sua stessa determinazione dovesse venir meno, Washington le farà da rete di sicurezza.

L’Europa non può più dare per scontato che, se la sua stessa determinazione dovesse venir meno, Washington le farà da rete di sicurezza.

Tre. Il denaro a Bruxelles

Il denaro in gioco è ingente. Quando il 3 dicembre 2025 ha presentato le sue proposte legislative, la Commissione europea ha affermato che le attività della banca centrale russa detenute nell’Unione avevano «un valore di circa 210 miliardi di EUR» e rappresentavano «la maggior parte di tali attività immobilizzate a livello mondiale». All’epoca era stato riferito che circa 185 miliardi di euro erano detenuti presso Euroclear e circa 25 miliardi in altre banche dell’Unione. Entro la metà di quest’anno Euroclear aveva versato all’Ue circa 6,6 miliardi di euro dei proventi straordinari generati da quel denaro, con un ulteriore versamento di circa 1,4 miliardi di euro allora previsto per luglio.

Da dicembre il denaro è bloccato più saldamente di prima. Fino ad allora il congelamento si basava su sanzioni che dovevano essere rinnovate all’unanimità ogni sei mesi, così che un solo governo, come quello di Viktor Orbán in Ungheria, avrebbe potuto in linea di principio sbloccarlo. Il 12 dicembre 2025, tuttavia, il Consiglio ha adottato il regolamento (UE) 2025/2600 in base all’articolo 122 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, la clausola di emergenza con cui decide a maggioranza qualificata, con il voto favorevole di tutti i governi tranne quelli di Ungheria e Slovacchia. Il regolamento vieta «qualsiasi trasferimento diretto o indiretto di attività o riserve della Banca centrale di Russia». Le sue misure cessano di applicarsi solo quando tre condizioni sono tutte soddisfatte. La Russia deve porre fine alla «sua guerra di aggressione nei confronti dell’Ucraina», deve fornire «riparazioni all’Ucraina nella misura necessaria a consentire la ricostruzione senza conseguenze economiche o finanziarie negative per l’Unione», e le sue azioni devono «aver oggettivamente cessato di rappresentare un grave rischio» per l’economia dell’Unione. Anche allora il Consiglio deve modificare il regolamento, su proposta della Commissione, prima che il denaro possa essere spostato, e la Commissione deve riesaminarlo entro il 31 dicembre di quest’anno e, in seguito, ogni dodici mesi.

Ciò che l’Unione non ha fatto è usare il denaro. Al vertice del 18 dicembre 2025 i leader europei hanno accantonato il piano della Commissione per un prestito per le riparazioni fino a 210 miliardi di euro, perché il Belgio non voleva sostenerne da solo i rischi e gli altri si sono tirati indietro davanti al prezzo di sostenerli insieme a esso. Quando alcuni funzionari hanno ventilato garanzie «illimitate» per rimborsare «tutti gli importi e i danni», ha riferito Euronews, la formulazione è stata «troppo» per i leader, che si sono improvvisamente trovati di fronte alla prospettiva di dover salvare «l’intero sistema bancario belga». Come ha detto in seguito il primo ministro belga, Bart De Wever, «al mondo non esistono soldi gratis». I leader hanno invece concordato di prestare all’Ucraina 90 miliardi di euro per il 2026 e il 2027, «sulla base di un prestito dell’UE sui mercati dei capitali coperto dal margine di manovra del bilancio dell’UE», che «sarebbe rimborsato dall’Ucraina solo una volta ricevute le riparazioni». Hanno inoltre dichiarato che «fino ad allora, tali beni rimarranno bloccati e l’Unione si riserva il diritto di utilizzarli per rimborsare il prestito». Venticinque capi di Stato o di governo hanno sostenuto il testo. Il primo ministro ceco, Andrej Babiš, ha dichiarato che «la Repubblica Ceca non sosterrà il prestito con garanzie, indipendentemente dall’alternativa prescelta», e il suo paese, l’Ungheria e la Slovacchia sono rimasti fuori dall’intesa.

Quel prestito viene erogato dal 25 giugno, ma ha un punto debole che il prestito per le riparazioni non avrebbe avuto. Poiché è garantito dal bilancio dell’Ue, ha reso necessaria una modifica del bilancio a lungo termine dell’Unione, che richiede l’accordo di tutti gli Stati membri, e Orbán ha bloccato quella modifica da febbraio fino al 23 aprile, undici giorni dopo aver perso le elezioni in Ungheria, in un braccio di ferro che in apparenza riguardava le forniture di petrolio attraverso l’oleodotto Druzhba. Il prestito per le riparazioni, invece, era stato proposto in base all’articolo 212 del trattato, che disciplina l’assistenza finanziaria ai paesi al di fuori dell’Unione e si decide con la procedura legislativa ordinaria, in cui il Consiglio delibera a maggioranza qualificata.

Le esigenze dell’Ucraina sono grandi quanto il denaro. Nel novembre 2025 la Commissione le ha stimate in non meno di 135,7 miliardi di euro per il 2026 e il 2027, e a febbraio il Fondo monetario internazionale ha stimato un deficit di finanziamento di 136,5 miliardi di dollari nei quattro anni del suo nuovo programma. I diplomatici dell’Ue prevedono che i 45 miliardi di euro per il 2027 saranno spesi nella prima metà di quell’anno, ha riferito Radio Free Europe/Radio Liberty, e Reuters ha riferito il 21 ottobre che le esigenze non coperte dell’Ucraina per il 2027 erano «ora stimate in circa 70 miliardi di euro nonostante il contributo previsto dell’Ue».

Per quanto tempo, dunque, il denaro russo potrebbe permettere all’Ucraina di continuare a combattere? La risposta dipende da quanta parte delle esigenze dell’Ucraina gli si chiede di coprire. Secondo l’impostazione della Commissione, 45 miliardi di euro sarebbero riservati al rimborso dei prestiti concessi dal G7 all’Ucraina nel 2024, il che lascerebbe circa 165 miliardi di euro. Se quella somma sostituisse semplicemente il contributo proprio dell’Ue, di circa 40-45 miliardi di euro all’anno, durerebbe circa quattro anni. Se coprisse tutte le esigenze esterne dell’Ucraina secondo la stima della Commissione per il 2026 e il 2027, durerebbe quasi due anni e mezzo. Al livello di fabbisogno che si sta delineando per il 2027, cioè i 45 miliardi di euro dell’Ue più il deficit di 70 miliardi riferito da Reuters, ossia almeno 115 miliardi di euro all’anno, durerebbe meno di un anno e mezzo. Tutto questo presuppone che nessuna parte del denaro vada a rimborsare i 90 miliardi di euro che l’Unione sta prendendo in prestito per l’Ucraina nel 2026 e nel 2027, come i suoi leader si sono riservati il diritto di fare. In tal caso resterebbero circa 75 miliardi di euro, meno di quanto basterebbe per due anni anche al solo contributo proprio dell’Ue. La risposta onesta è quindi circa quattro anni se il denaro sostituisce soltanto ciò che l’Ue già dà, e molto meno se gli si chiede di coprire di più o di rimborsare quel prestito. Quattro anni sarebbero probabilmente sufficienti a cambiare i calcoli di Mosca, anche se non bastassero a porre fine alla guerra.

Il denaro esiste, e la legge lo tiene al suo posto. Ciò che manca è una decisione di usarlo. Le conclusioni del Consiglio europeo del 16 ottobre non menzionano affatto i beni. Accolgono con favore il fatto che i mezzi per coprire le esigenze di bilancio e di difesa dell’Ucraina per il 2026 «siano stati individuati». Quanto alle «pressanti esigenze finanziarie» dell’Ucraina per il periodo successivo, affermano che i leader restano impegnati ad affrontarle, attendono con interesse una valutazione aggiornata della Commissione e dell’Fmi «e torneranno sulla questione in maniera tempestiva». Questo è il linguaggio del temporeggiamento. Cinque giorni dopo De Wever ha detto al suo parlamento di essere certo che la Commissione non avrebbe proposto alcuna nuova operazione riguardante i beni russi, «perché è anche quello che è stato detto». Rikard Jozwiak di Radio Free Europe/Radio Liberty, invece, aveva giudicato il 13 ottobre che la questione «è quasi certamente destinata a riemergere all’inizio del prossimo anno».

Quattro. La paura del Belgio, e perché è ragionevole

Sarebbe facile fare del Belgio il cattivo di questa storia, e sarebbe sbagliato. Ciò che il suo primo ministro ha detto, costantemente, è che il Belgio non sosterrà da solo i rischi dell’uso del denaro della Russia. Arrivando a un vertice nell’ottobre 2025, De Wever ha detto che «il Belgio non può farlo da solo» e che gli altri «devono muoversi con noi». Ha posto tre condizioni, ossia che i rischi legali fossero pienamente condivisi, che ogni Stato membro contribuisse qualora il denaro dovesse mai essere restituito e che gli altri paesi che detengono beni russi agissero allo stesso modo. La sua lettera del 27 novembre 2025 alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, definiva il meccanismo proposto «fondamentalmente sbagliato» e chiedeva «garanzie giuridicamente vincolanti, incondizionate, irrevocabili, a prima richiesta, congiunte e solidali». Il 18 dicembre ha detto ai parlamentari belgi: «Non è accettabile che questo accada al solo Belgio. Se saltiamo, saltiamo insieme».

La prudenza del Belgio poggia su basi solide. La prima ragione è un vecchio trattato. In base a un accordo sugli investimenti firmato nel 1989 tra l’Unione economica belgo-lussemburghese e l’Unione Sovietica, gli investitori possono sottoporre ad arbitrato internazionale le controversie «relative all’importo o alle modalità di pagamento dell’indennizzo» per espropriazione. Se l’accordo venisse denunciato, continuerebbe ad applicarsi «per un periodo di quindici anni dalla data della sua cessazione». Entro maggio di quest’anno investitori russi avevano presentato nove notifiche di controversia contro il Belgio in base a quell’accordo e a un accordo analogo con il Kazakistan, per somme che non sono state rese note. La seconda ragione è un tribunale di Mosca, che a maggio ha dato ragione alla Banca di Russia contro Euroclear, con una sentenza confermata in appello a luglio, anche se Euroclear «non riconosce la giurisdizione del tribunale».

La terza ragione è il denaro alla portata della Russia. L’amministratrice delegata di Euroclear, Valérie Urbain, ha detto, secondo Reuters, che la società detiene in Russia circa 17 miliardi di euro per conto dei clienti, più del suo capitale di base di circa 9,2 miliardi di euro. La quarta è il bilancio stesso del Belgio. Il suo deficit l’anno scorso è stato pari al 5,2 per cento del prodotto nazionale, il più alto dell’area dell’euro, Moody’s ha declassato il rating del Belgio ad aprile e S&P ha fatto lo stesso, e il 21 ottobre la sua coalizione di cinque partiti non è riuscita, ancora una volta, a concordare un bilancio per il 2027. La quinta è che non è disponibile alcun prestatore di ultima istanza, perché nel dicembre 2025 la Banca centrale europea ha rifiutato di fornire una rete di sicurezza che, a suo dire, «violerebbe probabilmente il diritto dei trattati dell’Ue che vieta il finanziamento monetario».

Nulla di tutto ciò significa che i rischi siano elevati in un singolo anno. A luglio l’agenzia di rating Fitch ha giudicato che i potenziali rischi di liquidità e legali per Euroclear derivanti dai beni immobilizzati fossero «remoti nei prossimi 12–18 mesi». Il regolamento di dicembre prevede già che nessuna sentenza o lodo arbitrale ottenuto dalla Russia in relazione al congelamento «sia riconosciuto, reso efficace o eseguito nell’Unione» finché il regolamento resta in vigore. Il punto del Belgio è un altro. I rischi possono essere piccoli, ma non sono trascurabili, ricadrebbero su un solo piccolo paese con finanze pubbliche sotto pressione e durerebbero per molti anni.

Il tentativo di rilanciare il piano quest’anno ha ricevuto la stessa risposta. In una lettera di fine agosto i ministri degli Esteri di Svezia, Polonia, Paesi Bassi e Spagna hanno chiesto alla Commissione di esplorare opzioni che «garantiscano che il rischio ricada su tutti gli Stati membri dell’Ue e in cui nessuno Stato membro sostenga un onere sproporzionato». Più o meno nello stesso periodo il ministro della Difesa belga, Theo Francken, ha detto all’emittente belga VRT, in una traduzione inglese delle sue parole, che «questo non è negoziabile, la porta è chiusa». Il 21 ottobre De Wever ha criticato il primo ministro olandese, Rob Jetten, per aver detto di voler «prendere quei soldi», avvertendo i colleghi che «anche quel tipo di linguaggio» poteva avere conseguenze legali.

L’obiezione del Belgio, in breve, riguarda soprattutto il prestito del denaro della Russia all’Ucraina a proprio esclusivo rischio. Il Belgio ha anche dubbi di principio, e il giurista Peter Van Elsuwege indica in De Wever il più esplicito dei critici che considerano il meccanismo «una confisca mascherata». Vale anche la pena ricordare che, quando nel dicembre 2025 il prestito per le riparazioni è stato accantonato, non sono stati i partiti oggi in testa ai sondaggi in Francia e in Germania a fermarlo. Il governo di centrodestra del Belgio ha guidato la resistenza, e l’Italia, la Bulgaria e Malta si sono unite al governo belga nell’invitare la Commissione e il Consiglio «a continuare a esplorare e discutere opzioni alternative» che presentassero «rischi significativamente inferiori». Un piano che quattro governi in carica hanno giudicato troppo rischioso non sarà salvato dalla retorica. Può essere salvato solo da un accordo che tolga il rischio dalle spalle del Belgio.

Cinque. Che cosa servirebbe per tenere indenne il Belgio

La distanza tra il Belgio e i suoi partner si può descrivere con precisione. La proposta della Commissione del dicembre 2025 prevedeva garanzie degli Stati membri «in linea con la rispettiva quota relativa del reddito nazionale lordo totale dell’Unione», che potevano essere «irrevocabili, incondizionate e a prima richiesta». De Wever ha chiesto di più, ossia garanzie che fossero anche congiunte e solidali, in modo che, se un paese non pagasse la propria quota, gli altri dovessero coprire la differenza. Il nocciolo della questione sta in quella differenza, tra la promessa di condividere un onere in proporzione e la promessa di tenere indenne un partner.

È utile chiedersi contro che cosa assicurerebbero effettivamente tali garanzie, e la proposta della Commissione è franca al riguardo. Il rimborso del prestito sarebbe dovuto solo «quando l’Ucraina riceverà dalla Russia contanti o beni non monetari a titolo di riparazioni di guerra», e le garanzie coprirebbero «il rischio che le attività della Banca centrale russa vengano sbloccate in assenza di riparazioni versate dalla Russia all’Ucraina». In base al regolamento di dicembre, tuttavia, i beni possono essere sbloccati prima che la Russia paghi solo con una decisione del Consiglio su proposta della Commissione, o con una sentenza dei tribunali dell’Ue che annulli il regolamento, come hanno chiesto sia la Banca di Russia sia il governo di Orbán. In termini di denaro, quindi, il maggiore dei rischi da cui il Belgio chiede di essere protetto è in gran parte, anche se non del tutto, nelle mani dell’Europa stessa. Si tratta soprattutto del rischio che l’Europa stessa, in un momento futuro, perda il coraggio e restituisca il denaro senza riparazioni, magari nell’ambito di un accordo di pace negoziato scavalcandola.

Visto in questa luce, tenere indenne il Belgio non è un regalo al Belgio. È una promessa, da parte degli Stati membri che vi partecipano, come hanno fatto ventiquattro di essi per il prestito di 90 miliardi di euro, di non restituire il denaro della Russia prima che la Russia abbia pagato per i danni che ha causato, sostenuta dall’impegno a pagare insieme se quella promessa venisse mai infranta. Un’Europa che intende mantenere la parola data dovrebbe trovare poco costoso fare questa promessa. Un’Europa che non intende mantenerla dovrebbe dirlo ora, prima che l’Ucraina pianifichi la propria difesa contando su di essa.

Gli altri rischi sono reali ma più limitati, e lo stesso strumento può coprirli. Le sue garanzie dovrebbero essere congiunte e solidali oltre che irrevocabili ed esigibili a prima richiesta, e coprire ogni tipo di perdita, compresi i lodi e le spese legali in base al vecchio trattato sugli investimenti e le perdite che Euroclear subirebbe se la Russia adottasse ritorsioni contro i beni che detiene in Russia. Avrebbe bisogno di una fonte di liquidità utilizzabile immediatamente, dato che la Banca centrale europea si è tirata fuori, e dovrebbero partecipare anche gli altri paesi in cui sono congelate riserve russe, come De Wever chiede fin dall’inizio. Gran parte di tutto ciò è già sulla carta. L’impostazione della Commissione del dicembre 2025 offriva garanzie ripartite in proporzione al reddito nazionale e, come seconda linea di difesa, un meccanismo di liquidità «che consenta all’Unione di contrarre prestiti per sostenere i rimborsi, se necessario», nelle parole del servizio di ricerca del Parlamento europeo. Non offriva garanzie vincolanti per tutti gli Stati membri, che, secondo il servizio di ricerca, richiederebbero l’unanimità e la «successiva ratifica nei parlamenti nazionali». In pratica, quindi, le garanzie verrebbero da una coalizione dei volenterosi, e la Repubblica Ceca ha detto che non ne fornirà alcuna.

Sarebbe costoso? Il costo atteso dipende soprattutto dal fatto che l’Europa mantenga la parola data, poiché il maggiore dei rischi si materializza principalmente se il denaro viene sbloccato senza riparazioni. A luglio Fitch ha giudicato che, lasciando il denaro dov’è, i rischi per Euroclear fossero remoti nei prossimi 12–18 mesi. Quando nel dicembre 2025 il prestito per le riparazioni era sul tavolo, tuttavia, l’agenzia ha posto i rating di Euroclear sotto osservazione in vista di un possibile declassamento, citando i rischi legali e di liquidità del piano, ed è per questo che le garanzie contano. L’esposizione massima è elevata, poiché l’impostazione della Commissione prevedeva garanzie fino all’intero importo del prestito, ripartite in proporzione al reddito nazionale. Ma l’aritmetica della ripartizione è proprio il punto. Una passività potenziale che potrebbe affondare il Belgio da solo è un impegno modesto per un’economia delle dimensioni dell’Unione europea, e comprerebbe la certezza che l’Ucraina possa continuare a difendersi per anni a spese della Russia.

Ci sono costi più difficili da quantificare. Entro novembre 2025 l’amministratrice delegata di Euroclear aveva scritto a von der Leyen e al presidente del Consiglio europeo, António Costa, in una lettera di cui la società ha confermato l’autenticità. Secondo VRT, avvertiva che l’uso dei beni avrebbe creato un precedente e che fuori dall’Unione il piano poteva essere interpretato come una confisca, il che avrebbe potuto scoraggiare gli investitori dai titoli di Stato europei e far salire i tassi d’interesse. Nell’impostazione della Commissione l’Ucraina rimborserebbe il prestito solo con le riparazioni, così che il piano è, come dice Van Elsuwege, «presentato come un meccanismo reversibile, da distinguere da una vera e propria confisca dei beni russi». Se gli investitori e i governi stranieri accetteranno questa distinzione non si può sapere in anticipo.

Il momento per un simile accordo è adesso. Venticinque capi di Stato o di governo hanno sottoscritto il principio secondo cui i beni sarebbero rimasti immobilizzati e avrebbero potuto essere usati per rimborsare il prestito all’Ucraina. Dalla sconfitta di Orbán, le decisioni che richiedono il consenso di tutti i governi sono tornate a passare, tra cui quello che la Commissione chiama il bisher größtes Sanktionspaket («il più grande pacchetto di sanzioni finora») dell’Unione, adottato il 12 ottobre, e l’apertura dei negoziati su un’ulteriore parte dell’adesione dell’Ucraina il giorno successivo. Questo allineamento non durerà per sempre.

Un’Europa che intende mantenere la parola data dovrebbe trovare poco costoso fare questa promessa.

Sei. La parte della Gran Bretagna

Le richieste del Belgio sono sempre andate oltre l’Unione. Dopo il vertice dell’ottobre 2025, come ha riferito il Brussels Times, tra le condizioni di De Wever figurava la partecipazione dei paesi esterni all’eurozona che detengono anch’essi beni russi immobilizzati, come il Regno Unito, il Canada o gli Stati Uniti. La Gran Bretagna, dal canto suo, ha detto più volte che avrebbe agito insieme all’Unione. Secondo i ricercatori del Kiel Institute, dal 2022 al 2024 ha dato all’Ucraina più della Germania, della Francia, dell’Italia o della Spagna in proporzione alle dimensioni della propria economia. I suoi aiuti bilaterali valevano in un anno medio lo 0,16 per cento del suo prodotto nazionale del 2023, contro lo 0,13 per cento della Germania e lo 0,05 per cento o meno degli altri tre paesi. Ha inoltre prestato all’Ucraina 2,26 miliardi di sterline come propria parte del programma del G7 del 2024, da rimborsare con i proventi straordinari dei beni sovrani russi immobilizzati, e ha versato l’ultima parte di quel denaro ad aprile di quest’anno.

I suoi ministri hanno detto più di una volta di voler andare oltre. Nel settembre 2025 la cancelliera dello Scacchiere, Rachel Reeves, ha annunciato che la Gran Bretagna avrebbe valutato un proprio prestito per le riparazioni, affermando che «questa è la guerra della Russia, e la Russia dovrebbe pagare». Ha promesso di prendere in considerazione solo opzioni «in linea con il diritto internazionale ed economicamente e finanziariamente responsabili». Il Tesoro britannico ha affermato che un simile programma avrebbe «funzionato all’unisono» con quello dell’Unione, secondo Politico. A ottobre i leader di Gran Bretagna, Francia e Germania, Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz, si sono dichiarati «pronti a procedere verso l’utilizzo, in modo coordinato, del valore dei beni sovrani russi immobilizzati». Più avanti nello stesso mese Starmer ha detto a una riunione del gruppo di alleati dell’Ucraina noto come coalizione dei volenterosi che «il Regno Unito è pronto a muoversi in tandem con l’Ue per far avanzare la questione il più rapidamente possibile». All’inizio di dicembre, secondo The Times, il governo stava valutando di sbloccare circa 8 miliardi di sterline di beni sovrani russi congelati detenuti in Gran Bretagna per sostenere l’Ucraina, anche se il meccanismo non era ancora stato definito.

Poi l’Unione ha vacillato, e la Gran Bretagna ha fatto un passo indietro con essa. Quando nel dicembre 2025 i leader dell’Unione hanno accantonato il prestito per le riparazioni, funzionari britannici hanno detto, secondo il Financial Times, che Londra non avrebbe usato i beni da sola. Qualsiasi iniziativa del genere, ha riferito il giornale, sarebbe stata presa solo in stretto coordinamento con l’Australia, il Canada e l’Unione. «Non ci muoveremo senza i partner internazionali», ha detto un portavoce del governo. Nel marzo di quest’anno una ministra del Foreign Office, la baronessa Chapman of Darlington, ha detto alla Camera dei Lord che «quei beni dovrebbero essere usati per sostenere il popolo ucraino». Andava fatto, ha detto, «di pari passo con i nostri partner». Ha anche ricordato ai Lord che, in base all’attuale regime di sanzioni, la Gran Bretagna può «congelare i beni ma non confiscarli».

Quanto denaro sia in gioco è incerto, perché il governo non ha fornito alcuna cifra ufficiale. La cifra di 25 miliardi di sterline spesso citata è il conteggio del Tesoro dei beni congelati appartenenti a persone ed entità sanzionate, o da esse detenuti o controllati. Un totale successivo dell’ufficio sanzioni del Tesoro, 28,7 miliardi di sterline nel maggio 2025, esclude del tutto i beni sovrani, secondo Euronews. Nel 2023 la Gran Bretagna ha dichiarato che si stava preparando a obbligare chi detiene in Gran Bretagna attività della banca centrale russa a dichiararle al Tesoro, il che avrebbe aiutato il governo ad avere «un quadro completo del loro valore e della loro natura». Eppure nel 2025 ha rifiutato di fornire a Euronews una cifra separata per quei beni. L’indicazione migliore è la somma che il governo intendeva utilizzare, circa 8 miliardi di sterline detenuti in banche britanniche, come hanno riferito The Times e il Financial Times. Al tasso di riferimento della Banca centrale europea del 23 ottobre equivalgono a circa 9,6 miliardi di euro, meno di un ventesimo dei 210 miliardi di euro detenuti nell’Unione.

Il denaro russo in Gran Bretagna cambierebbe quindi ben poco il calcolo, esposto in precedenza, di quanto a lungo un simile denaro potrebbe permettere all’Ucraina di continuare a combattere. Ciò che la Gran Bretagna può offrire è un segnale, al Belgio e ai mercati, che l’Unione non agirebbe da sola. Potrebbe dare quel segnale in due modi, che non si escludono a vicenda. Il primo è aderire a un rinnovato prestito per le riparazioni. La proposta della Commissione del dicembre 2025 lo consentirebbe, poiché i paesi terzi potrebbero contribuire «fornendo garanzie irrevocabili, incondizionate e a prima richiesta in aggiunta alle garanzie fornite dagli Stati membri», oppure sostenendo la gestione del rischio di cambio. Una garanzia britannica porterebbe parte del rischio oltre i confini dell’Unione, contribuirebbe in parte a soddisfare la condizione posta da De Wever e aggiungerebbe al fondo comune il merito di credito di una delle maggiori economie d’Europa. C’è un precedente. Nel luglio di quest’anno la Gran Bretagna ha concordato i termini della propria partecipazione al prestito dell’Unione di 90 miliardi di euro, e gli Stati membri l’hanno approvata. L’Ucraina può ora usare il prestito per acquistare equipaggiamenti per la difesa prodotti dall’industria britannica, e la Gran Bretagna verserà «un contributo equo e proporzionato» ai costi dell’indebitamento. I negoziati sulla partecipazione britannica al nuovo fondo per la difesa dell’Unione sono falliti nel novembre 2025 a causa di una quota di partecipazione che, secondo un’analisi pubblicata da Chatham House, era stata inizialmente fissata a oltre 6 miliardi di euro. Accordi di questo tipo dipendono da condizioni che entrambe le parti possano accettare.

Il secondo modo è che la Gran Bretagna usi il denaro che detiene. Potrebbe prestare quel denaro all’Ucraina alle condizioni proposte dalla Commissione, rimborsabile solo con le riparazioni, in un programma concepito per funzionare in parallelo con un rinnovato prestito dell’Unione. Dovrebbe prima definire il meccanismo, che all’inizio di dicembre non era ancora stato messo a punto, e gli eventuali nuovi poteri giuridici di cui potrebbe avere bisogno. Per il resto la Gran Bretagna è in una buona posizione per farlo, poiché, a differenza della Francia, non ha elezioni nazionali in programma prima del 2029. E ha promesso più volte, insieme al resto del G7, di mantenere immobilizzati i beni sovrani della Russia finché la Russia non pagherà. Nel maggio di quest’anno i ministri delle Finanze e i governatori delle banche centrali del G7 hanno ribadito che «i beni sovrani della Russia nelle nostre giurisdizioni» resteranno immobilizzati «finché la Russia non porrà fine alla sua guerra di aggressione e non pagherà le riparazioni», più o meno come prevede il regolamento stesso dell’Unione.

L’Unione sta già facendo pressione sulla Gran Bretagna, tra gli altri alleati, perché contribuisca a colmare il buco di circa 70 miliardi di euro nel finanziamento dell’Ucraina per il 2027, ha riferito EUobserver il 21 ottobre. Un prestito britannico annunciato prima del vertice del 26 e 27 novembre aiuterebbe a rispondere a quella richiesta con il denaro della Russia anziché con quello della Gran Bretagna stessa, e mostrerebbe al Belgio che non sarebbe solo nell’assumersi un simile rischio. Renderebbe inoltre più difficile per gli altri detentori, come il Canada, la Svizzera e il Giappone, restare in disparte. La Svizzera ha confermato di detenere beni sovrani russi per un valore di 7,45 miliardi di franchi svizzeri, circa 8 miliardi di euro, secondo Euronews. Lo stesso articolo riferiva che si ritiene che il Giappone detenga tra i 25 e i 30 miliardi di euro, anche se Tokyo non ha mai confermato ufficialmente la cifra.

Al momento ogni parte aspetta un’altra. La Gran Bretagna non si muoverà senza l’Unione, l’Unione non si muoverà senza il Belgio e il Belgio non si muoverà senza una piena tutela, compresa, come ha detto fin dall’inizio, la partecipazione degli altri detentori, tra cui la Gran Bretagna. Qualcuno deve spezzare il cerchio, e la Gran Bretagna potrebbe farlo a un costo esiguo per sé stessa. Se prestasse il denaro che detiene, quel denaro sarebbe della Russia, e la promessa che manterrebbe è una promessa che ha già fatto. Se garantisse un rinnovato prestito dell’Unione, la sua esposizione dipenderebbe in gran parte dal fatto che l’Unione mantenga la stessa promessa. Che offra una simile garanzia o che presti il denaro che detiene accanto a un prestito dell’Unione conta meno del fatto che si muova per prima. Una Gran Bretagna che facesse da guida rafforzerebbe la posizione di chi a Bruxelles vuole usare il denaro, e ricorderebbe all’Europa che difendere l’Ucraina non è compito della sola Unione.

Questa impasse, in cui tutti aspettano tutti gli altri e la timidezza tende a essere la norma, si presta bene a un miglioramento grazie al ruolo che la Gran Bretagna ha costantemente svolto nei confronti dell’Ucraina. In passato la Gran Bretagna si è mostrata disposta a rompere i tabù, gli indugi e le impasse sull’armamento dell’Ucraina. Il 14 gennaio 2023 ha promesso all’Ucraina quattordici carri armati Challenger 2, il che ne ha fatto, nelle parole di Al Jazeera, «il primo paese occidentale a fornire i carri armati pesanti che Kyiv chiedeva da tempo». Undici giorni dopo la Germania, dopo settimane di pressioni da parte dei suoi alleati, ha accettato di inviare i suoi carri Leopard 2 e di permettere ad altri di inviare i propri. Nel maggio 2023, secondo l’Atlantic Council, la Gran Bretagna è diventata il primo paese a fornire all’Ucraina missili a lungo raggio, i suoi missili da crociera Storm Shadow, mentre gli Stati Uniti e altri sostenitori chiave erano ancora riluttanti a farlo.

Il nuovo primo ministro britannico, Andy Burnham, succeduto a Starmer a luglio, ha detto questo mese agli ucraini che «siamo con voi per tutto il tempo necessario». Il suo ministro degli Esteri, Ed Miliband, ha detto al Warsaw Security Forum che «l’Europa ha grandi decisioni da prendere, anche sui beni sovrani russi». «Penso che dobbiamo tornare su questo tema», ha detto, aggiungendo che «la Gran Bretagna è disposta a farlo insieme all’Unione europea». Forse Burnham, come i suoi predecessori, riconoscerà questa opportunità di proseguire quella linea politica di sostegno incrollabile all’Ucraina. Potrebbe affermare la disponibilità della Gran Bretagna a guidare non con la forza ma con l’esempio, accettando il rischio minore per attenuarne uno maggiore. Ciò rassicurerebbe l’Europa e ne placherebbe l’apprensione, e potrebbe superare questa timorosa impasse.

Sette. L’altra strada di Mosca: le urne

Se l’Europa esita, Mosca ha un’altra strada verso la vittoria, che passa per le elezioni in Europa. Questo sito ha descritto a settembre come il Cremlino cerchi di piantare un cuneo tra i governi europei e i loro elettori, e l’elenco documentato di questi sforzi è lungo. Nel 2023 il Washington Post ha dato notizia di documenti di pianificazione del Cremlino in cui la Germania doveva diventare «il fulcro» degli sforzi per minare il sostegno all’Ucraina. Una squadra messa insieme da Sergej Kirienko, primo vicecapo di gabinetto del Cremlino, ha delineato un piano per «reimpostare l’AfD» in «una proposta di manifesto per l’AfD», anche se non era chiaro se il manifesto fosse mai arrivato a qualcuno nel partito, e il portavoce del Cremlino ha definito l’articolo «falso al 100 per cento».

Nel dicembre 2025 il governo tedesco ha dichiarato che la Russia, attraverso una campagna di disinformazione nota come Storm-1516, aveva cercato di influenzare sowohl die letzte Bundestagswahl als auch fortlaufend die inneren Angelegenheiten («sia le ultime elezioni del Bundestag sia, in modo continuativo, gli affari interni») della Germania. Ha indicato il servizio di intelligence militare russo, il GRU, come sostenitore dei responsabili della campagna, e ha convocato l’ambasciatore russo. In Francia l’agenzia che vigila sulle interferenze digitali straniere, VIGINUM, attribuisce alla stessa campagna 205 operazioni dall’agosto 2023. La portata delle quattro interferenze straniere che ha individuato nelle elezioni comunali di marzo è rimasta très limitées («molto limitata»), ma il primo ministro, Sébastien Lecornu, ha messo in guardia a giugno contro la prospettiva di menaces lourdes («minacce pesanti») per le elezioni presidenziali.

Più a est i metodi sono stati più rozzi. A marzo il Washington Post ha dato notizia di un documento interno del servizio di intelligence estera russo, autenticato da un servizio di intelligence europeo, che proponeva «la messa in scena di un tentato assassinio di Viktor Orban» per influenzare le elezioni ungheresi di aprile. Il Cremlino ha definito l’articolo «un altro esempio di disinformazione», e l’allora ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó, ne ha liquidato le affermazioni come «teorie del complotto», secondo il sito d’informazione ungherese Telex. Nelle elezioni del settembre 2025 in Moldavia, l’International Republican Institute ha osservato «tattiche di coercizione, intimidazione, compravendita di voti e minacce di violenza politica su una scala senza precedenti».

Sui risultati è importante essere equi. Orbán ha perso le elezioni in Ungheria il 12 aprile, e il partito filoeuropeo della Moldavia ha mantenuto la maggioranza, conquistando 55 dei 101 seggi. I ricercatori dell’Institute for Strategic Dialogue hanno rilevato che la portata diretta di un’operazione russa precedente alle elezioni regionali tedesche di settembre «sembrava limitata al di fuori dell’amplificazione da parte dei media o di altri attori». I suoi post attaccavano però il governo federale e i candidati della Cdu, della Spd, dei Verdi, della Linke e della Fdp, e «l’assenza di partiti populisti come l’AfD di estrema destra e il Bsw di estrema sinistra è particolarmente significativa», hanno scritto. Un analista scettico del Carnegie Endowment, Dimitar Bechev, ha concluso a settembre che «le macchinazioni della Russia svolgono, nel migliore dei casi, un ruolo secondario» nelle fortune dei partiti di destra europei, che «potrebbero persino non riuscire a orientare la politica dell’Ue nella direzione voluta dalla Russia». Eppure, anche se nessun grande paese europeo cambiasse radicalmente la propria politica estera, ha aggiunto, «la Russia potrebbe guadagnare punti a tavolino», poiché «l’assistenza all’Ucraina continuerebbe ad arrivare, ma in volumi inferiori, con i vincoli di bilancio usati come pretesto». È esattamente questo il pericolo. Mosca non ha bisogno di un governo amico in ogni capitale, ma solo di abbastanza esitazione, in abbastanza capitali, per abbastanza tempo.

Mosca fa poco mistero delle sue speranze. Quando un vicecapogruppo dell’AfD al Bundestag, Markus Frohnmaier, ha incontrato Kirill Dmitriev, inviato speciale di Putin per gli investimenti e la cooperazione economica, durante il forum economico di San Pietroburgo a giugno, contro l’esplicito parere del ministero degli Esteri tedesco, Dmitriev ha scritto: «Non vedo l’ora di costruire un grande FUTURO insieme all’AfD, il partito più popolare della Germania». Dopo che l’AfD è arrivata prima nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore a settembre, il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha detto che «naturalmente i tedeschi, o almeno alcuni di loro, cercano un’alternativa alle autorità attuali».

I partiti che si oppongono all’uso del denaro non condividono tutti gli obiettivi di Mosca, e l’equità impone di dirlo. A settembre Marine Le Pen e Jordan Bardella hanno condannato la decisione della Russia di porre sotto amministrazione temporanea le filiali russe di aziende francesi e di altri paesi europei come un acte hostile à l’encontre des intérêts de la France et des Nations d’Europe («un atto ostile contro gli interessi della Francia e delle nazioni d’Europa»). Sul denaro, tuttavia, il Rassemblement National si è opposto alla confisca. Nel marzo 2025 i suoi deputati hanno cercato di eliminare da una risoluzione dell’Assemblea nazionale l’invito a confiscare dès à présent les actifs russes gelés et immobilisés («i beni russi congelati e immobilizzati, fin da ora»), sostenendo che ciò avrebbe significato créer de dangereux précédents déstabilisant le droit international («creare pericolosi precedenti che destabilizzano il diritto internazionale»). Si sono poi astenuti sulla risoluzione stessa, che chiedeva la confisca dei beni. A metà settembre Le Pen ha detto all’emittente televisiva LCI che la Francia poteva continuare ad addestrare i soldati ucraini e a fornire equipaggiamenti, mais financièrement, nous ne pouvons plus («ma finanziariamente non possiamo più»). L’Agence France-Presse ha riassunto la sua posizione nel senso che, a causa del cattivo stato delle finanze pubbliche, Parigi non poteva più sostenere l’Ucraina quanto oggi. Le Pen ha insistito che questo era pas un acte d’hostilité à l’égard de l’Ukraine («non un atto di ostilità nei confronti dell’Ucraina»). Rym Momtaz di Carnegie Europe ritiene che, se eletta, «fermerebbe il sostegno militare francese all’Ucraina e sospenderebbe le sanzioni contro la Russia».

L’AfD tedesca è ancora più esplicita. Una mozione che ha presentato al Bundestag nel dicembre 2025 chiede al governo sich gegen die Verwendung der russischen staatlichen Vermögenswerte einzusetzen («di opporsi all’utilizzo dei beni statali russi»), di non contrarre gemeinsame Verschuldung auf EU-Ebene («debito comune a livello Ue») e di porre fine a alle anderen kriegsverlängernden Unterstützungsleistungen («tutte le altre forme di sostegno che prolungano la guerra»). Il partito è in testa in tutti i sondaggi nazionali, con valori tra il 26 e il 30 per cento, anche se non sono previste elezioni federali prima del 2029 e non governa alcun Land tedesco.

È qui che la strada di Mosca e la questione del Belgio si incontrano. Il regolamento di dicembre fa sì che nessun nuovo governo, da solo, possa sbloccare il denaro russo, per cui il pericolo assume altre forme. La prima è che la decisione di usare il denaro semplicemente non venga mai presa, perché ogni elezione rende più difficile prenderla. La seconda è il veto. Qualsiasi nuovo prestito garantito dal bilancio dell’Ue richiede il consenso di tutti i governi, come ha dimostrato Orbán quando ha bloccato fino ad aprile la modifica del bilancio alla base del prestito di 90 miliardi di euro. Dalla sua sconfitta, tuttavia, i governi più contrari a tali prestiti hanno scelto di farsi da parte anziché bloccarli. Il 16 ottobre il primo ministro slovacco, Robert Fico, ha detto a proposito di un nuovo prestito dell’Ue all’Ucraina che «noi [insieme all’Ungheria] eserciteremo il nostro diritto di restarne fuori e non impediremo ad altri di fare lo stesso». Il nuovo primo ministro ungherese, Péter Magyar, ha sostenuto quella decisione, secondo Fico, e aveva egli stesso detto ad aprile che «non possiamo contrarre altri prestiti». Il veto è quindi un potere che un futuro governo potrebbe usare, non una minaccia che un qualche governo agiti oggi, e una presidente Le Pen, con una maggioranza all’Assemblea nazionale alle spalle, ne disporrebbe.

Il terzo pericolo è una minoranza di blocco contro le decisioni prese a maggioranza qualificata, che richiede almeno quattro governi che rappresentino più del 35 per cento della popolazione dell’Unione. Secondo i dati del Consiglio per il 2026, Francia e Italia insieme rappresentano il 28,4 per cento, e con la Repubblica Ceca, l’Ungheria e la Slovacchia arriverebbero al 34,1 per cento, appena al di sotto di una soglia che un solo paese in più, anche delle sole dimensioni dell’Irlanda, farebbe superare. È aritmetica, non una previsione, ma mostra quanto poche siano le elezioni che dovrebbero dare vita a governi contrari all’uso del denaro.

Otto. Il calendario

Il calendario spiega perché la decisione sia più urgente di quanto sembri. Il 26 e 27 novembre i leader dell’Unione si riuniscono in un vertice straordinario per concordare come finanziare quelle che Reuters ha definito le «esigenze non coperte per 70 miliardi di euro nel 2027» dell’Ucraina, per le quali, secondo l’agenzia, gli Stati membri «dovranno concordare una nuova forma di finanziamento, forse un altro prestito». Discuteranno anche del bilancio dell’Unione per il periodo dal 2028 al 2034, che i governi devono concordare «quest’anno», nelle parole di Reuters, prima che le campagne per le elezioni del prossimo anno «in Francia, Italia, Polonia, Grecia, Estonia, Finlandia e Slovacchia politicizzino» il bilancio. A dicembre seguirà un altro vertice, ed entro il 31 dicembre la Commissione deve completare il primo riesame del regolamento che tiene fermi i beni russi.

I diplomatici dell’Ue prevedono che l’Ucraina spenda i 45 miliardi di euro che l’Unione ha accantonato per il 2027 nella prima metà di quell’anno. Negli stessi mesi la Francia eleggerà il suo presidente, il 18 aprile e il 2 maggio. Prima di allora, il 16 dicembre, la Corte di cassazione esamina le questioni di costituzionalità sollevate da Marine Le Pen nel procedimento in cui è stata condannata per appropriazione indebita di fondi del Parlamento europeo, una condanna che la Corte d’appello di Parigi ha confermato a luglio, fissando in quindici mesi la parte effettiva della sua ineleggibilità, un periodo già scontato a partire dalla sentenza di primo grado. Le Pen sostiene la propria innocenza e ha fatto ricorso in Cassazione, per cui la condanna non è ancora definitiva. Se le sue questioni di costituzionalità non saranno rinviate al Consiglio costituzionale, la sentenza della corte sul suo ricorso potrebbe arrivare alla fine di marzo o all’inizio di aprile 2027, secondo L’Express, poche settimane prima del primo turno.

Le Pen è in testa in tutti i sondaggi. L’Ifop, con rilevazioni tra il 17 e il 19 ottobre, le ha attribuito il 36 per cento al primo turno e l’ha data vincente al secondo su Édouard Philippe per 56 a 44 e su Raphaël Glucksmann per 57 a 43. Toluna Harris Interactive, con rilevazioni tra il 19 e il 21 ottobre, le ha attribuito tra il 33 e il 35 per cento al primo turno e, al secondo, vantaggi di 57 a 43 su Philippe e di 59 a 41 su Glucksmann. I sondaggi effettuati sei mesi prima di un’elezione non sono risultati, e gli elettori francesi hanno già fatto fronte comune in passato contro il Rassemblement National, ma Momtaz definisce Le Pen «la favorita che ha preso il largo».

La Francia non è l’unico banco di prova. Il prossimo anno sono previste elezioni in Italia, Polonia, Grecia, Estonia, Finlandia e Slovacchia, e il 25 ottobre i bulgari hanno votato per eleggere il presidente. Iliana Iotova, che secondo Euronews è favorevole al dialogo con Mosca e contraria agli aiuti militari all’Ucraina, è arrivata prima con circa il 35 per cento dei voti nel conteggio preliminare della Commissione elettorale centrale. Affronterà Andrey Gyurov, che ha ottenuto circa il 32 per cento, nel ballottaggio del 1° novembre. Secondo Euronews, Gyurov ha spesso espresso un deciso sostegno all’Ucraina. In Germania, dove a settembre l’AfD ha ottenuto il 43,8 per cento dei voti in Sassonia-Anhalt e il 38,2 per cento nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, non sono previste elezioni federali prima del 2029. Ogni elezione regionale si combatte però ormai alla sua ombra, e a dicembre il parlamento della Sassonia-Anhalt è chiamato a votare se eleggere ministro-presidente il candidato dell’AfD.

Se si mettono quelle date una accanto all’altra, la forma del problema è evidente. Lo scorso dicembre venticinque leader dell’Unione si sono espressi ufficialmente a favore di mantenere immobilizzato il denaro russo e di riservarsi il diritto di usarlo per rimborsare il prestito di 90 miliardi di euro, e oggi un gruppo di governi preme per usarlo. Il governo del paese in cui è detenuta la maggior parte di quel denaro dice che non si muoverà senza una piena tutela. E un prestito per le riparazioni, deciso a maggioranza qualificata, è una forma di prestito che nessun singolo governo potrebbe bloccare con il veto, a condizione che la sua tutela poggi su garanzie nazionali anziché sul bilancio dell’Unione. La prossima primavera l’Unione potrebbe avere un governo francese contrario all’uso del denaro, e un prestito che richiede l’unanimità potrebbe essere a quel punto l’unico tipo disponibile. Le decisioni che contano saranno prese ai vertici di novembre e dicembre, o nelle settimane successive. Se non saranno prese allora, la questione potrebbe non porsi mai più in termini così favorevoli. È in questo senso che per l’Europa è ora o mai più.

Nove. Il prezzo dell’attesa

Che cosa accadrebbe se l’Ucraina perdesse? Vale la pena ascoltare ciò che ha detto lo stesso Putin. Nel 2005 ha definito il crollo dell’Unione Sovietica «un grande disastro geopolitico del secolo», in una traduzione inglese dell’epoca, o «la più grande catastrofe geopolitica del secolo», in un’altra. Nel 2016, dopo aver chiesto a un bambino di nove anni, durante una cerimonia di premiazione di geografia, dove finisse il confine della Russia, gli ha detto che «i confini della Russia non finiscono», e poi ha detto che era uno scherzo. In un saggio del luglio 2021 ha descritto russi e ucraini come «un solo popolo» e ha scritto che «la vera sovranità dell’Ucraina è possibile solo in partenariato con la Russia».

Nel giugno 2022, paragonandosi a Pietro il Grande, ha detto, nella traduzione di Reuters (le parole tra parentesi sono dell’agenzia), che «a quanto pare, è toccato anche a noi restituire (ciò che è della Russia) e rafforzare (il paese)». Nel giugno 2025 ha detto a un forum economico a San Pietroburgo che, essendo russi e ucraini un solo popolo, «in questo senso, tutta l’Ucraina è nostra», e che «c’è una vecchia regola secondo cui, dovunque un soldato russo metta piede, quello è nostro». Reuters ha descritto la prima osservazione come una battuta, e nella stessa sessione Putin ha detto che la Russia «non cercava la resa dell’Ucraina».

Nessuna di queste osservazioni prova un’intenzione di ripristinare i confini dell’Unione Sovietica, e sarebbe sbagliato presentarle come se lo facessero. Prese insieme, tuttavia, descrivono un governante che non accetta che l’Ucraina possa essere davvero sovrana se non in partenariato con la Russia, e che ha parlato, nello stesso scambio dell’osservazione che Reuters ha descritto come una battuta, delle terre della Russia come estese dovunque si trovino i suoi soldati. Ha anche avvertito che, se il negoziato fallisce, «la Russia otterrà la liberazione delle sue terre storiche con mezzi militari». Dove finiscano quelle terre storiche, non lo ha detto.

I servizi di intelligence europei hanno tratto le proprie conclusioni. In una valutazione pubblicata il 24 settembre, il servizio di intelligence della Difesa danese ha ribadito il giudizio secondo cui entro circa sei mesi la Russia sarebbe in grado di condurre una guerra locale contro un paese confinante, entro circa due anni rappresenterebbe «una minaccia credibile per uno o più paesi della Nato» ed entro circa cinque anni sarebbe «pronta per una guerra su larga scala nel continente europeo». Quei tempi, ha spiegato, dipendevano dalla fine della guerra in Ucraina o dalla sua trasformazione in un conflitto congelato. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha detto nel giugno 2025 che «la Russia potrebbe essere pronta a usare la forza militare contro la Nato entro cinque anni». Il presidente del servizio di intelligence estera tedesco, Martin Jäger, ha detto a una commissione del Bundestag nell’ottobre 2025, nella traduzione inglese di Adnkronos, che «non possiamo rilassarci pensando che un possibile attacco russo non avverrà prima del 2029».

Si tratta di giudizi sulle capacità più che di previsioni, e sono accompagnati da cautele. A febbraio il servizio di intelligence estera estone ha giudicato che la Russia non aveva «alcuna intenzione di attaccare militarmente l’Estonia o qualsiasi altro Stato membro della Nato nel prossimo anno», e il servizio danese considera un’invasione vera e propria «altamente improbabile», pur mettendo in guardia da «un rischio basso ma crescente» di un attacco limitato. La condizione danese merita tuttavia attenzione, perché ribalta il consueto ragionamento. Se quella condizione viene presa sul serio, l’orologio della prontezza russa a minacciare la Nato corre più veloce una volta che i combattimenti in Ucraina si fermano a condizioni che liberano l’esercito russo per altri compiti. Un’Ucraina che può continuare a difendersi è, tra l’altro, la prima linea di difesa dell’Europa.

Una vittoria russa metterebbe inoltre alla portata di Mosca una parte maggiore della popolazione e dell’industria dell’Ucraina. L’Ucraina ha sviluppato, nelle parole dell’Istituto dell’Unione europea per gli studi sulla sicurezza, «una delle industrie della difesa più capaci e innovative al mondo», che secondo le previsioni dell’istituto, che cita The Economist, produrrà quest’anno circa sette milioni di droni. Nei territori che già occupa, la Russia ha arruolato forzatamente ucraini nel proprio esercito. Un rapporto del segretario generale dell’Onu ha registrato nell’agosto 2025 che persone delle parti occupate delle regioni di Zaporizhzhia e di Kherson erano state arruolate forzatamente, anche se «la Potenza occupante non può costringere le persone protette a prestare servizio nelle proprie forze armate», e Human Rights Watch ha definito questa pratica «un crimine di guerra». L’ufficio per i diritti umani dell’Osce ha riferito a luglio che tali tentativi «sono proseguiti». Se mai la Russia assorbisse l’Ucraina, quei precedenti indicano che potrebbe arruolare i soldati ucraini, sotto costrizione, nelle forze la cui crescita i servizi di intelligence europei stanno monitorando, e l’industria della difesa costruita dagli ucraini sarebbe sotto il suo controllo.

C’è poi il conto, che l’Europa deve già affrontare mentre l’America fa un passo indietro e che una vittoria russa farebbe lievitare. Bruegel e il Kiel Institute hanno stimato nel febbraio 2025 che, senza gli Stati Uniti, l’Europa avrebbe bisogno di forze aggiuntive con «la capacità di combattimento di 300.000 soldati statunitensi» e di un aumento della spesa per la difesa di «circa 250 miliardi di euro all’anno (fino a circa il 3,5 per cento del Pil)» nel breve periodo. L’International Institute for Strategic Studies ha stimato il costo della sostituzione delle principali capacità americane, su un ciclo di vita di 25 anni, in «circa 1 trilione di dollari». L’Europa deve affrontare costi di questo ordine qualunque cosa accada in Ucraina, e una vittoria russa li accrescerebbe. Uno studio della società di consulenza norvegese Corisk e dell’Istituto norvegese di affari internazionali, ripreso dal Kyiv Independent, ha stimato che una vittoria russa porterebbe i costi per l’Europa a una cifra compresa tra 1,2 e 1,6 trilioni di euro in quattro anni, contro 522-838 miliardi di euro per equipaggiare l’Ucraina in modo che vinca. È uno studio di scenario, scritto per sostenere una tesi, ma gli analisti dell’Institute for the Study of War e dell’American Enterprise Institute sono giunti a una conclusione simile per gli Stati Uniti nel 2023, giudicando il sostegno continuato all’Ucraina «molto più vantaggioso ed economico» che lasciarla perdere.

A fronte di queste cifre, il costo diretto dell’uso del denaro della Russia è modesto, perché si tratta del denaro della Russia. Anche le garanzie che il Belgio chiede costerebbero poco all’Europa, a meno che i beni non venissero sbloccati senza riparazioni o che le cause legali e le ritorsioni della Russia contro Euroclear avessero successo. L’ironia dell’avversione al rischio dell’Unione è quindi evidente. Sottraendosi a un piccolo rischio, la cui parte maggiore è nelle sue stesse mani, l’Unione va incontro a un rischio ben più grave. È il rischio che una Russia vittoriosa, imbaldanzita e quindi rafforzata muova guerra agli Stati membri dell’Ue se avrà successo in Ucraina. L’Europa può ancora difendersi con il denaro della Russia. Se aspetta, dovrà difendersi con più denaro proprio.

L’Europa può ancora difendersi con il denaro della Russia. Se aspetta, dovrà difendersi con più denaro proprio.

Dieci. In un senso o nell’altro

La guerra stessa potrebbe ancora andare in un senso o nell’altro. La Russia occupa circa un quinto dell’Ucraina, secondo l’Associated Press, ma la sua avanzata si è in gran parte arrestata. Secondo il conteggio dell’Institute for the Study of War, a settembre le forze russe hanno perso più terreno di quanto ne abbiano conquistato, con una perdita netta di circa 81 chilometri quadrati, e da marzo hanno perso in termini netti circa 294 chilometri quadrati, mentre l’operazione ucraina Vivaldi le respingeva nei dintorni di Lyman. Il gruppo di monitoraggio ucraino DeepState, che conta in modo diverso, ha registrato a settembre conquiste russe per 154 chilometri quadrati. Entro maggio i droni ucraini avevano messo fuori uso circa un terzo della capacità di raffinazione petrolifera della Russia, secondo una stima indipendente, e a luglio la Russia ha vietato le esportazioni di gasolio per proteggere il proprio approvvigionamento.

L’Ucraina, dal canto suo, è insanguinata ma non spezzata, e la guerra sta tracimando oltre i suoi confini. Questo mese due petroliere ancorate al largo della costa romena sono state colpite da quelli che, secondo quanto una fonte militare della Nato ha riferito a Reuters, erano droni russi, caccia romeni hanno abbattuto due droni sulle acque territoriali della Romania e cinque droni identificati come russi sono caduti sulla Moldavia in meno di un giorno. Non c’è un cessate il fuoco generale, ma solo una tregua locale, concordata per far entrare gli aiuti in una cittadina della regione di Kherson. Mosca, ha riferito l’Associated Press il 24 ottobre, «ha respinto una pausa nelle ostilità finché non sarà raggiunto un accordo complessivo alle sue condizioni». Tra queste condizioni figurano il pieno controllo di quattro regioni ucraine, il ritiro delle forze ucraine da esse, la rinuncia alla candidatura dell’Ucraina all’adesione alla Nato e una riduzione delle dimensioni del suo esercito.

Sono le condizioni di un vincitore, avanzate da una potenza il cui esercito, secondo il giudizio del servizio di intelligence della Difesa danese, non ha «alcuna prospettiva» di uno sfondamento importante in Ucraina nei prossimi sei mesi. Se riuscirà mai a imporle dipende meno da ciò che accadrà al fronte quest’inverno che dal fatto che l’Ucraina abbia ancora il denaro e le armi per combattere il prossimo anno e quello successivo. Se li avrà, la teoria della vittoria di Mosca, che consiste nel durare più a lungo dei suoi nemici, probabilmente fallirà. Se non li avrà, a Mosca non servirà uno sfondamento, perché l’Ucraina sarà stata privata dei mezzi per resistere. La guerra potrebbe andare in un senso o nell’altro, e la direzione che prenderà potrebbe essere decisa non nel Donbass ma a Bruxelles, e forse l’ago della bilancia per ciò che accade a Bruxelles potrebbe essere a Londra.

Coda. Il denaro della Russia, la scelta dell’Europa

L’Europa ha un’opportunità rara. Detiene una somma di denaro russo abbastanza grande da permettere all’Ucraina di continuare a combattere per anni, e la sua stessa legge impedisce già che quel denaro venga restituito, a meno che il Consiglio non decida diversamente o i tribunali non annullino quella legge. Il suo alleato più potente non paga più, e il suo avversario aspetta che si stanchi. Il principale ostacolo all’uso del denaro non è la malevolenza ma la prudenza, nella forma di un piccolo paese che rifiuta di sostenere da solo un rischio di grande entità ma di bassa probabilità. Rimuovere quell’ostacolo richiede che gli altri Stati membri facciano ciò in cui hanno sempre detto di credere, ossia condividere un onere con spirito di solidarietà. Ciò che li trattiene è la timidezza, e un’avversione a un rischio minore che è essa stessa la causa di un rischio maggiore. La Gran Bretagna, che si è mostrata disposta a rompere le impasse sui carri armati e sui missili a lungo raggio, potrebbe aiutarli a superare quella attuale guidando non con la forza ma con l’esempio e in solidarietà con l’Ucraina e il Belgio.

Se lo faranno ora, il costo sarà modesto, il Belgio sarà tutelato e l’Ucraina potrà pianificare la propria difesa in anni anziché in mesi. Se lo rinvieranno a dopo le elezioni del 2027, potrebbero scoprire che i governi allora in carica non sono disposti a farlo, che gli strumenti ancora disponibili possono essere bloccati con il veto e che il denaro che avrebbe potuto difendere l’Ucraina non sta difendendo nulla. Sarebbe uno strano modo per l’Europa di perdere una guerra che avrebbe potuto vincere con il denaro stesso del suo nemico.

Se l’Europa non si sveglia ora e non agisce per difendersi (cosa che ora costerebbe davvero poco, con il denaro russo) – allora molte nazioni europee potrebbero pentirsi amaramente dei giorni sprecati a procrastinare questa decisione da prendere a occhi chiusi sull’opportunità di tenere indenne il Belgio con tutta l’alacrità possibile finché possono ancora salvare sé stesse salvando l’Ucraina con il denaro russo.

Fonti e riferimenti

Le fonti sono raggruppate secondo la parte in cui sono usate per la prima volta. Le dichiarazioni ufficiali russe sono riportate come affermazioni, e le cifre sono attribuite nel testo.

Uno. Due strade verso la vittoria

Due. Washington fa un passo indietro

Tre. Il denaro a Bruxelles

Quattro. La paura del Belgio, e perché è ragionevole

Cinque. Che cosa servirebbe per tenere indenne il Belgio

Sei. La parte della Gran Bretagna

Sette. L’altra strada di Mosca: le urne

Otto. Il calendario

Nove. Il prezzo dell’attesa

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Il titolare, Mark Taylor (Mars per i vecchi amici), non ha potuto pubblicare per diverse ragioni—tra cui anomali problemi di salute, alcuni dei quali compatibili con la nota sindrome dell’Avana, e altri consistiti in un attacco con una qualche forma di agente nervino in aerosol, sferrato contro di lui da agenti del GRU. In più, il Dipartimento della Sicurezza interna degli Stati Uniti cerca di espellerlo dall’America.

A parte queste disgrazie—è ancora, più o meno, in piedi.

Mark Taylor — Mars — autore e direttore di marstaylor.com
L’autore e direttore
Mark Taylor

Per i vecchi amici Mars, Mark Taylor è il fondatore e direttore di marstaylor.com—un sito indipendente di commento e analisi lanciato nel 2023. Scrive di geopolitica, intelligence, diritti umani e del punto d’incontro tra tecnologia e potere. Il suo lavoro sulla guerra della Russia in Ucraina si basa sull’intelligence da fonti aperte, sulla ricerca accademica sottoposta a revisione paritaria e sui rapporti della CPI, dell’ONU e delle principali istituzioni internazionali.

Negli ultimi anni Mark ha affrontato gravi difficoltà personali, tra cui problemi di salute compatibili con la sindrome dell’Avana e un apparente attacco chimico da parte di agenti del GRU, oltre alle continue pressioni delle autorità statunitensi per l’immigrazione. Continua a scrivere e a pubblicare.

A parte queste disgrazie—è ancora, più o meno, in piedi.

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